Anna: “Vivere intorno al mondo? Ecco perché mi ha cambiata”. 

Mi chiamo Anna Paola Franchi e sono di Brescia. Da bambina vedevo i 30 anni come la consacrazione della vita adulta: pensavo che sarei stata sposata, magari già con dei figli, certamente con una casa, una macchina e un lavoro tranquillo. Come i meme che scherzosamente confrontano la tua fantasia con la realtà, a 3 mesi dal fatidico compleanno, la mia vita non è nulla di tutto ciò. Ma è molto di più!

Che cos’è successo a quell’idea infantile? Beh, è successa la vita che, con le sue incredibili esperienze, mi ha fatta ritrovare e cambiare rotta. 

Questo non è un racconto di fatti più o meno simpatici ma è la storia della persona che sono diventata. Buona lettura!

Il mio American Dream

Il tutto inizia con uno scambio universitario a Miami a 24 anni. Sono partita che ero piuttosto timida e introversa, volevo fermarmi un semestre, tornare in Italia e costruirmi quella vita adulta di qui sopra. Da qualche parte nel mio intimo, però, la cosa non quadrava. Ero sull’aereo e stavo guardando l’Italia allontanarsi sotto di me.

Qualcosa dentro di me mi diceva che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei vista con questi occhi, che la persona che partiva non sarebbe più tornata nello stesso modo. Avevo capito che quello era molto più di uno scambio con l’università. 

I primi giorni in terra americana mi hanno dato la conferma; adoravo questa sensazione di libertà che si respirava lì, questo mix di culture e di genti diverse con storie incredibili da raccontare, l’intraprendenza tipica del vecchio American Dream, che non è per niente morto.

Mi ci è voluto veramente poco per comprendere che volevo stare lì e più precisamente in quella che per me è la capitale del mondo, New York. Mi dicevo che la soluzione sarebbe stata uno stage, che mi avrebbe solo fatto bene, visto che ogni esperienza “fa curriculum” e ancora di più se in un posto tanto cosmopolita. 

Ma per arrivarci sono dovuta uscire dalla mia zona di comfort: io, che arrossivo nel parlare con gli sconosciuti, mi sono buttata e creata un network non indifferente nel mondo dell’arte contemporanea di New York. E ho trovato lo stage in una delle maggiori gallerie d’arte del mondo. Wow, mi sentivo così arrivata. Ricordo che i primi giorni nella Grande Mela camminavo per strada dandomi pizzicotti sulle braccia perché volevo essere sicura che non fosse un sogno, che fossi davvero lì, che ci stessi vivendo. 

Nei miei primi mesi newyorkesi ho anche iniziato a dedicarmi alla mia crescita personale e mi sono avvicinata al mondo della spiritualità orientale, che mi attirava già da tanto. Andavo regolarmente a lezione di yoga e frequentavo persone interessanti che avevano molto da insegnare e che sarebbero poi diventare le mie guide. Per il momento era una passione abbastanza superficiale, un interesse che non determinava ancora la mia vita. 

Gli Stati Uniti mi hanno dato tantissimo, mi hanno insegnato che si può sognare e che se ci si impegna un po’, i sogni si avverano. Basta darsi da fare. Così, tornata in Italia alla fine dello stage, avevo solo un pensiero: laurearmi e varcare di nuovo l’Atlantico. Usando il mio network non è stato difficile, e mi sono presto trasferita in quella che per me era casa. Pensavo che quella famosa vita adulta di qui sopra si sarebbe svolta lì. Avevo ancora un’idea abbastanza tradizionale di quello che sarebbe stato di me. 

Ma le cose non sono andate esattamente così, il Fato o chi per lui, aveva altri progetti per me.

No hay mal que por bien no venga

Per una questione di visto (chiunque abbia vissuto negli USA sa di che cosa sto parlando), ho dovuto lasciare la mia amata città. Credo che uno dei giorni più brutti della mia vita sia stato quando ho dovuto comprare un biglietto di sola andata da NY per l’Italia: piangevo, mi sentivo tradita, a pezzi e non me ne volevo andare.

E in quei tristi momenti mi è venuto in mente un proverbio messicano “no hay mal que por bien no venga”, che mi ha dato forza e mi ha insegnato a essere flessibile, perché a volte ti devi adattare a quello che la vita ti dà e trarne il meglio comunque. Sono finita a fare un lavoro simile ma a Londra, una città che non ho mai amato nemmeno da turista.

Il mio anno londinese è stato un periodo grigio, non solo perché quello è il colore dominante del cielo, ma anche perché non stavo bene, non mi piaceva la mia vita, lavoravo tanto, troppo, ero stressatissima e sull’orlo di un esaurimento nervoso.

Volevo cambiare, ma tutte le persone di cui mi fidavo mi raccomandavano di non mollare, che quel lavoro era un’ottima occasione e che me lo sarei dovuta far andar bene. Ma io non la pensavo cos’ e mi stavo lentamente ammalando.

Un giorno ho detto “basta” e mi sono licenziata. Secondo tutti era il più grande errore della mia vita perché non avrei mai più trovato un altro lavoro. Ma io avevo deciso di mettere la mia felicità al primo posto, non le loro idee di carriera.

Ho imparato che ero molto più coraggiosa di quello che pensavo e molto meno tradizionalista. Io, che ero sempre stata la prima della classe, molto lineare e tranquilla, ho fatto un gesto così eclatante e inaspettato. 

Un’amica aveva una startup che aveva vinto un posto in un acceleratore di startup in Cile e mi ha chiesto se volevo raggiungerla per occuparmi del marketing. Era l’occasione che cercavo e, senza alcuna esitazione, mi sono trasferita a Santiago. Il Sud America mi ha aperto gli occhi in tantissimi aspetti: ho imparato che non si deve per forza lavorare in aziende tradizionali, che ci si può “buttare” e provare a vivere diversamente.

Ma, soprattutto, sono diventata una persona molto più cosciente delle sue scelte e sono andata avanti nel mio cammino di crescita personale. Mi sono resa conto che il consumo di carne e prodotti di origine animale non è sostenibile per l’ambiente ai ritmi attuali e ho iniziato a ridurlo drasticamente, diventando vegetariana tendente vegana e ho iniziato a meditare regolarmente tutte le mattine.

Entrambe queste abitudini hanno cambiato la mia vita nel profondo, rendendomi più paziente e aperta verso quello che la vita mi offre, nonché più empatica con le sofferenze altrui. 

Purtroppo la parentesi cilena si è chiusa abbastanza presto: l’esperienza è stata molto arricchente dal punto di vista umano ed esperienziale, ma un disastro per la startup, che è miseramente fallita non appena sono finiti i fondi. Ma ho imparato tantissimo, come si fanno e non si fanno le cose, come funzionano le imprese, e in particolare le startup. 

Nomade digitale

Non sapendo che fare, sono tornata in Italia con tante idee, sogni e una maggiore consapevolezza di me. Il solo pensiero di tornare a lavorare in ufficio (come tutti si auspicavano) mi dava la nausea; così mi sono messa in proprio e lanciata come specialista di marketing digitale freelance. Volevo avere un lavoro che mi permettesse di vivere ovunque, di viaggiare e di scoprire il mondo. Volevo essere una nomade digitale. 

In questa veste mi sono trasferita a Bali, una delle capitali del lavoro remoto. Non conoscevo assolutamente nessuno, ma questo non mi spaventava per niente. Sapevo che era la cosa giusta per me. E ci avevo visto giusto. Dopo anni vivendo in giro, non facevo più nessuna fatica a conoscere gente nuova, a chiacchierare con gli sconosciuti e, nel giro di una settimana, ero già perfettamente integrata nella comunità di expat. 

Quella balinese è stata una vita da sogno, ma reale, possibile e accessibile. Il mio progresso spirituale e personale ha subito una grande accelerazione, ho iniziato a frequentare persone positive da cui avevo molto da imparare. Ho imparato a essere più tollerante e matura e ho capito che cosa mi interessa veramente nella vita. 

La quadratura del cerchio

Il mio lavoro di marketing era solo un mezzo per poter fare quello che volevo, ma certamente non lo sentivo come la mia strada. Tenevo un blog in cui parlavo dei nomadi digitali e di questa vita così fuori dal comune, senza stress e costrizioni.

Alcuni lettori mi hanno contattata per chiedermi se potevo aiutarli a licenziarsi dai loro lavori tradizionali per dedicarsi ai loro progetti e poter vivere senza confini come me. È stato lo spunto che cercavo. Dopotutto questa crescita e consapevolezza mi avevano aiutata a capire che questa esperienza non avrebbe avuto senso se non l’avessi condivisa con altri. 

L’idea di aiutare il prossimo a raggiungere i suoi obbiettivi era la quadratura del cerchio. Così ho fatto qualche corso di coaching, lavorato con una coach e mi sono buttata in questa avventura, che si è rivelata di grandi soddisfazione sotto tutti i fronti. Oggi lavoro come coach per persone che vogliono cambiare vita e diventare nomadi digitali, faccio sessioni 1:1, conferenze, workshop e sto organizzando un ritiro a Bali per l’estate 2019. 

La persona che nel 2013 è andata a Miami non è mai più tornata davvero. L’ha sostituita una giovane donna un po’ bizzarra, che non ci sta a fare quello che tutti si aspettano, perché è più consapevole di chi è lei di quello che vuole. Qualcuno che ha capito che vale la pena di lottare per i propri sogni e che ogni ostacolo è solo una deviazione da cui trarre insegnamenti; una ragazza che spera di aiutare e ispirare gli altri a vivere più a pieno. 

All’alba dei 30 anni mi ritrovo a dire che non ho trovato l’amore, non ho trovato una casa stabile né possiedo un’auto, come pensavo, ma ho trovato quello che sembravo aver dimenticato nell’idea di vita che avevo: me stessa. 

Un saluto che sa di cambiamento,

Anna

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