Simone: “Ho inseguito il mio sogno in Australia, vivendo la mia vita e non quella degli altri!”.

Ho iniziato a viaggiare non da giovanissimo… il mio primo volo è stato a 28 anni con meta Madrid. In realtà è stato un regalo di compleanno, ma da quel momento non ho mai smesso. Ma non è di Madrid che vi voglio parlare ma di un posto che mi è rimasto nel cuore.

Prima di svelarvi il tutto, voglio condividere con voi un insegnamento avuto dalla vita: ‘mai fare dichiarazioni affrettate’.
Durante la mia crescita non avevo le idee chiare su cosa mi sarebbe piaciuto fare per il futuro, ma sapevo ciò che ero sicuro di non voler fare.

Le mie 2 uniche certezze erano:
1 non farò mai il pizzaiolo
2 non andrò mai in Australia.

Mi chiamo Simone Battigaglia, sono di Crotone e ho 33 anni. La prima “certezza” è nata durante il periodo di lavoro nella ristorazione come cameriere. In quel periodo ero iscritto alla facoltà di ingegneria gestionale e questo mestiere a cui devo tanto, che mi ha permesso di affrontare i costi relativi agli studi . La preparazione dei piatti e l’arte bianca della pizza suscita in me da sempre fascino e curiosità. Curiosità stroncata sul nascere dal pizzaiolo stesso che esortava me dal prendere le distanze da tutto ciò. Orari fino a tarda notte, turni di lavoro anche nei giorni festivi,lasciavano poco spazio alla famiglia ed è tutto ciò che mi ha terrorizzato al punto di dire: “non farò mai il pizzaiolo”

Per quanto riguarda la seconda “certezza” invece si materializza da una delle mie passioni. Tra centinaia di documentari sulla vita animale, è proprio un servizio sull’Australia che mi porta ad affermare: non visiterò mai l’Australia. Il servizio esordisce così: l’Australia è il paese con gli animali più velenosi e pericolosi al mondo. Tra squali dell’oceano, scorpioni, serpenti, ragni e zecche da materasso nella mia testa si è fatta l’idea che non esiste una zona australiana sicura dove poter vivere.

Da “non farò mai il pizzaiolo e non andrò mai in Australia”, a distanza di anni posso dirvi che mi ritrovo a far pizze nella terra dei canguri.

Eppure la strada intrapresa era un’altra.

Conseguita la laurea triennale, decido di prendere un anno di riflessione. Anno in cui ho la fortuna di conoscere una persona speciale dal punto di vista sentimentale. Questa persona nota in me del potenziale tanto da spronarmi a continuare gli studi. Arriva il momento di allontanarmi da casa.

Da una vita di comodità, mi ritrovo a dover sbrigare da solo le faccende di casa. E se lavare e stirare gli indumenti mi pesava molto, cucinare invece mi entusiasmava. Piatto dopo piatto, aggiustavo il tiro dei sapori a tal punto da condividere con i coinquilini della residenza universitaria diverse cene.

Piogge di apprezzamenti mi spingevano a preparare e studiare ricette nuove per gli appuntamenti futuri. Così dopo una serie di incontri alcuni dei colleghi esclamarono: ma perché non ti apri un ristorante ?

Li per li, quelle parole mi scivolarono addosso senza dare la dovuta importanza.

Avevo intrapreso un percorso diverso che dovevo portare a termine.

Ore e ore passate sui libri, ma più andavo avanti conseguendo anche ottimi risultati più mi accorgevo che stavo vivendo la vita di altri e non la mia.

Aprire un libro diventava una sofferenza, non avevo nessuna motivazione se non quella di regalare una soddisfazione ai miei genitori.

La decisone è stata molto combattuta, e alla fine ho deciso di bloccare tutto. A 29 anni stravolgo tutta la mia vita. Interrompo gli studi e ritorno nella mia città.

Mio fratello da poco tornato da un’esperienza in Australia, per un attimo annulla tutte le paure che avevo sul continente.

Parla di una vita facile senza pensieri e di luoghi incantevoli, ma soprattutto era ritornato integro.

Decisi di partire, seguendo però un suo saggio consiglio: prima di partire mettiti un mestiere in mano, qualsiasi cosa purché sia un qualcosa che ti qualifica e che ti apre le porte del lavoro in modo più semplice.

L’esperienza Toscana dell’università  accese in me la passione per la cucina, mi sarebbe piaciuto imparare il mestiere dello chef, ma il tempo a disposizione non era molto. Stavo per entrare nell’ultimo anno con cui avrei potuto beneficiare del visto working holiday.

Decisi così a 2 mesi dalla partenza di frequentare un corso per diventare pizzaiolo, in quanto lo reputavo più immediato e più breve come percorso, rispetto a quello del cuoco.

Fresco di attestato, insieme ad un amico si parte per il Queensland, per il momento ho fatto valere il detto: impara l’arte e mettila da parte.

Iniziamo da una farm di agrumi. I primi giorni devastanti, dolori a muscoli che non sapessi neanche di avere. Il caldo infernale rendeva il tutto ancora più difficile. Una vita dura ma semplice, seppur semplice ma ricca di valori riscoperti.

Chiunque ti incontrasse per strada ti salutava, tramonti spettacolari e la nascita di amicizie vere e genuine. Vere perché non importava chi fossi stato in passato, se un medico chirurgo o un disoccupato, in quelle terre sperdute ognuno ripartiva da zero, nessuno aveva agevolazioni nessuno poteva surclassare l’altro a beneficio della propria carriera.

Bastava veramente poco per essere felici, una birra in compagnia, una chitarra o una fisarmonica.

Maledetta sera di musica e festa che ci costó lo sfratto. Nessuno era stressato, nessuno si lamentava, dopo ore dure di lavoro si trovava sempre la forza, ma soprattutto la voglia di vedersi di incontrarsi. Chi preparava un dolce, chi preparava la cena ogni momento diventava gioia. In quel periodo vivevo in una sharehouse con altri 4 ragazzi e ci si inventava di tutto per rendere piacevole anche i servizi più antipatici.

Uno di questi servizi era il dover lavare i piatti a fine cena, era così fastidioso che ogni sera ci giocavamo a carte a chi avrebbe adempito a tale mansione. C’eravamo creati il nostro mondo. La nostra casa rappresentava un punto di riferimento e ritrovo per la maggior parte dei backpackers del posto.

Questa esperienza mi ha insegnato soprattutto che la cucina è magia, crea aggregazione, crea socializzazione.

Eravamo felici tutti insieme attorno ad un tavolo, ma soprattutto rendeva me felice.

Dopo una dura giornata di lavoro mettermi dietro i fornelli non mi pesava, avevo sempre il sorriso sulle labbra e tanto entusiasmo. Ma tutte le cose belle hanno una fine. Per tutti noi quel periodo era una fase di passaggio, servivano a completare 88 giorni per richiedere il secondo visto. Dopo tanto lavoro era arrivato il momento del meritato premio: le vacanze.

Un mese tra Thailandia e Indonesia con alcuni amici conosciuti durante il periodo delle farm. Emozioni uniche, isole paradisiache e varietà di paesaggi straordinari low cost. Si passava dalla spiaggia delle scimmie (la monkey beach) a quella degli squali (la shark bay) fino a ritrovarti a nuotare con le tartarughe. Finita la vacanza, destinazione Gold Coast, la Miami australiana.

A livello lavorativo forse la parentesi più triste del viaggio. Dopo aver stampato una 50ina di curriculum da pizzaiolo era arrivato il momento di consegnarli. Presa una mappa della città e segnate le diverse pizzerie della zona, come neanche il miglior pirata alla ricerca di tesori, inizia la distribuzione.

Bastano un paio di chiamate per mettere in risalto la mia poca esperienza e le mie innumerevoli lacune. 20 giorni di corso non ti fanno pizzaiolo.

Il primo mese fu un susseguirsi di porte chiuse in faccia e di ‘le faremo sapere’. In questi momenti a diversi km da casa l’ultima cosa da fare, ma soprattutto la più difficile è scoraggiarsi.

Avevo escogitato una strategia non convenzionale: ad ogni rifiuto mi premiavo. Sembra strano, ma è ciò che ho fatto, ad ogni prova finita male associavo un premio, ovvero mi concedevo un momento di shopping. Ovviamente in negozi dell’usato perché il budget era limitato e l’ultima tappa prima di rientrare a casa, supermercato. Un paio di kg di farina e un dolce.

Il premio mi permetteva di mantenere il mio atteggiamento positivo, ma soprattutto impediva che la mia giornata si concludesse adagiato su un divano a cercare e rimurginare sulle cause del fallimento.

Subito le mani in pasta, termometri, bilancino e misuratori vari che nemmeno il miglior druido dei tempi moderni, questi attrezzi mi tenevano compagnia e distratto per un paio d’ore. Il dolce invece era la ricompensa per la fatica dovuta alla preparazione della pizza.

Questo sistema di premiazioni funzionava a tal punto che quasi quasi speravo che la prossima prova andasse male.

E sarebbe andata avanti così per molto tempo se non fosse che le risorse finanziare fossero vicine all’esaurimento.

Mi trovavo di fronte ad un bivio, tornare a casa o cercare un altro lavoro! Qualcosa dentro di me diceva che non era il momento di mollare.

La mappa delle pizzerie era già pronta, preparo una 20ina di curriculum da cameriere e inizia la consegna. Ed ecco una gioia, buona la prima.

Prova superata e inizio del lavoro, un po’ di ossigeno per il portafoglio mi permise di non perdere di vista il mio obiettivo. Decisi di provare a raggiungere il mio obiettivo per vie traverse. Portai il mio impasto nella pizzeria in cui avevo iniziato a lavorare, ma si rivelò una pessima mossa.

Ciò generó la gelosia dei pizzaioli e fu come una sorta di offesa per il titolare che era molto orgoglioso del prodotto che offriva da oltre 20 anni ai suoi clienti. Ma siccome noi calabresi abbiamo la testa dura, nei giorni liberi tentai invano di affiancarmi gratis al pizzaiolo di turno. Continuai dunque a distribuire curriculum nei giorni di riposo, altre prove e altre porte chiuse in faccia. Ricordo solo di aver passato una prova, ma il mio visto sarebbe scaduto entro 4 mesi e all’azienda servivano almeno 6 mesi di impiego, dovetti dunque rinunciare. Con il morale alle stelle, per la prova superata decisi di continuare a distribuire cv, ma tutti tentativi finiti male.

Mi stavo quasi rassegnando, perché mancavano pochi mesi per il rientro in Italia. Una chiacchierata con un amico e una chiamata a dei suoi contatti a Melbourne ad accese un barlume di speranza. Avevo a disposizione 15 giorni per poter guadagnarmi un posto come pizzaiolo.

La pizzeria faceva numeri da capogiro, si oscillava tra le 600/700 pizze al giorno, la mia poca pratica non mi consentiva di stare dietro ai miei colleghi, però volevo fare quel lavoro a tutti i costi. Stare in quell’ambiente mi infondeva una sensazione di benessere, e sapere che stavano per finire i 15 giorni di prova mi metteva un po’ d’ansia, perché avrebbe potuto rappresentare la fine di ciò che mi stava accadendo di bello.

Verso la fine della seconda settimana, vedere ancora il mio nome sul calendario dei turni della terza settimana, fu una gioia immensa.

Non riuscivo a crederci mi sentivo parte di un team. 4 mesi di duro lavoro e ritorno in Italia. Avevo trovato la mia strada, per la prima volta nella mia vita stavo facendo qualcosa che davvero mi faceva stare bene. Decisi dunque di investire parte dei guadagni in me stesso.

Soldi spesi in corsi di aggiornamento, materiale didattico sull’arte bianca e attrezzi del mestiere. Nei miei occhi si leggeva tutto l’entusiasmo, entusiasmo che non riscontravo con le persone con cui condividevo i miei progetti di vita futuri. La frase che mi sentí dire più spesso era: ma che ti sei messo a fare, con la laurea che hai puoi fare qualcosa di meglio.

Le prime volte non vi nascondo che ci rimasi male, e lo capisco anche, infatti non è facile spiegare un’emozione.

Solo oggi comprendo che sono in pochi quelli che mi capiscono, e la cosa che mi ha sorpreso invece che c’è tanta gente come me che da percorsi diversi, da un giorno all’altro abbandonano possibilità di carriere professionali di un certo spessore per inseguire la felicità e i propri sogni.

Questo periodo della vita mi ha insegnato tanto, non è mai troppo tardi per prendere il controllo della propria vita e che se insegui i sogni in modo costante rischi di realizzarli. Concludo dicendo qualcosa che sa di farse fatta ma niente è più esatto di ciò: fate ciò che vi dice il cuore e non sbaglierete mai.

A proposito: sapete com’è finita la storia? Non ho mai ascoltato quelle persone che esortavano alla rinuncia. Ho ascoltato la mia anima, le mie sensazioni e le mie emozioni invece…

Alla fine poi ho fatto un altro biglietto per l’Australia e sono ripartito, ma questa è un altra storia che fra qualche anno vi racconterò.

Questa volta concludo davvero lasciandovi con una frase del cantautore e concittadino Rino Gaetano:
Ma con chiunque sappia divertirsi mi salverò. (Io scriverò, 1979)

Un saluto tenace,

Simone

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