Gianluca: “Quando in un ristorante in Australia ho scoperto la felicità…”.

Mi chiamo Gianluca Gotto, ho 28 anni, sono nato a Torino e credo che le parole siano importanti.

Ce ne sono alcune che ricordi per tutta la vita e io ne custodisco parecchie. Oltre a quelle che mi scaldano il cuore ogni volta che ci ripenso, ci sono anche parole dure e negative che ricordo perfettamente. Come queste:

“Sei un fottuto idiota! Un incapace, un rifiuto della società!”

Non le ha pronunciate una mia ex fidanzata, né una persona a cui avevo rubato dei soldi o fatto qualcosa di male. Fu un uomo alto, biondo e incazzatissimo a dirmele, dentro la cucina di un ristorante italiano in Australia.

Mentre le luci al neon illuminavano i nostri volti mettendo in mostra impietosamente le sue occhiaie e la mia espressione terrorizzata, l’uomo mi guardava con quei i suoi occhi azzurri e gelidi e mi ricopriva di insulti. Poco prima mi aveva trascinato in mezzo alla cucina mentre stavo pelando le patate e mi aveva costretto a restare fermo e immobile davanti a tutti. Poi aveva iniziato a urlarmi in faccia tante cose spiacevoli. Parole forti e dirette, pronunciate con rabbia, a denti stretti, sputacchiando per il nervosismo.

L’uomo era tedesco ed era uno chef. Lo avevo conosciuto solo poche ore prima, quando mi ero presentato in quel ristorante dopo aver risposto a un annuncio di lavoro come kitchen hand, qualcosa di simile a un tuttofare della cucina. Fin dall’inizio, lo chef si era dimostrato scorbutico e violento, tanto a parole quanto con il linguaggio non verbale: oltre a urlare ordini, sbatteva padelle e lanciava cose in giro per la cucina. Ma soprattutto, quell’uomo aveva deciso che io sarei stato il suo bersaglio per tutta la serata. Quando mi trascinò nel mezzo della cucina era furioso con me perché, a suo dire, stavo pelando male le patate.

“Brutto stronzo, alla fine della serata peso le bucce e te le faccio pagare! Hai capitooooo?”

Sull’ultima frase si avvicinò così tanto al mio volto che potevo vedere ogni singolo capillare nei suoi gelidi occhi, ogni capello bianco che spuntava nella chioma bionda e ogni imperfezione nei suoi denti.

Per qualche secondo mi fissò in silenzio, poi lanciò uno straccio che aveva in mano contro il muro e si girò sibilando un ultimo insulto nei miei confronti. Si rimise a cucinare, mentre io tornavo come un ratto alla mia postazione. Mi rimisi a pelare le patate provando a tenere le bucce così sottili da risultare trasparenti.

Ero terrorizzato e mi sentivo umiliato. Avevo male a ogni muscolo del mio corpo e pregavo di sopravvivere fino al termine della serata. Ero disperato perché mi chiedevo come potessi non essere in grado di svolgere un lavoro così semplice come pelare delle maledettissime patate.

Eppure ero felice.

Una forma di felicità nuova, che non avevo mai sperimentato prima. Una felicità che sapeva di pura vita.

Continuai a lavorare duramente per qualche ora e alla fine del servizio lo chef mi disse che ero stato il peggior collaboratore mai incontrato nella sua carriera. Però aggiunse anche che si aspettava di rivedermi la sera successiva. Fui l’ultimo a lasciare la cucina, perché dovetti ripulire tutto da cima a fondo. Quando uscii dal ristorante ero a pezzi.

Eppure ero felice.

Perché quella sera, che era anche la prima volta in cui lavoravo davvero nella mia vita, avevo fatto qualcosa che non avrei mai e poi mai fatto se poche settimane prima non avessi trovato la forza di partire verso l’ignoto.

Quella sera avevo imparato ad amare me stesso.

E se è vero che ricorderò per sempre le parole di quello chef, è altrettanto vero che non posso dimenticare quella mattina grigia e fredda di Torino di poche settimane prima.

Un letto, quattro mura, la mia scrivania, il mio armadio: mi trovavo nella stanza in cui ero cresciuto da bambino e da adolescente. Conoscevo ogni angolo, ogni dettaglio, ogni crepa e ogni nascondiglio di quel luogo. Ero immerso fino ai capelli dentro la mia comfort zone: lì dentro non c’erano sorprese e tutto era sotto controllo.

Non c’era nessuno chef tedesco che mi dicesse quanto fossi un rifiuto della società.

Non c’era la frenesia tipica di una cucina nel pieno del servizio, non c’erano chili e chili di patate da pelare. Non c’erano luci al neon, né urla, né imprecazioni, né occhiatacce aggressive.

Non c’era niente di cui preoccuparsi, eppure avevo una paura fottuta.

Perché in quella vita da universitario tranquilla e sicura che avevo prima dell’Australia ero tante cose, ma non ero mai me stesso. Ogni singolo giorno indossavo una maschera e un’armatura per nascondere al mondo intero i miei difetti, le mie cicatrici e la mia vera natura.

Io che sognavo luoghi lontani e affascinanti e amavo starmene ore e ore a guardare il mare, avevo scelto di seguire un percorso di vita che mi portava a passare ore e ore nel traffico di Torino per studiare cose per cui non avevo la minima passione, e poi (più avanti) mi avrebbe portato a lavorare rinchiuso dentro quattro mura, con una cravatta-cappio al collo, scarpe lucide e scomode ai piedi e un sorriso falso e odioso sul volto.

Per questo motivo ero partito: perché avevo una paura totale di quelle sabbie mobili in cui mi stavo lentamente immergendo. In quella grigia mattinata di Torino avevo avuto la sensazione che dovessi partire prima di ritrovarmi a non avere più la determinazione, il tempo e l’energia di farlo.

Così, nel giro di poche settimane, ero passato da una vita facile, normale e “giusta” in Italia a una vita nella quale dovevo guadagnare soldi in fretta in un paese straniero prendendo insulti da un tizio mai visto prima, senza la minima idea di cosa avrei fatto in futuro.

Eppure, in quel modo ero passato dalla paura alla felicità.

Quella sera in Australia mi ero reso conto che per tutta la mia vita non avevo fatto altro che fingere di essere forte, provando a celare le mie crepe dietro all’apparenza di un ragazzo sfrontato, sicuro di sé e anche un po’ arrogante. E poi all’università, quando mi alzavo al mattino e vedevo allo specchio una persona profondamente infelice, non facevo altro che indossare una maschera.

Montavo su me stesso l’espressione di chi sa esattamente ciò che vuole e la smontavo solo alla sera, quando tornavo a casa pensando di aver sprecato un’altra giornata della mia vita.

In quella cucina in Australia, solo poche settimane dopo, mentre ero investito da una raffica di rimproveri e parolacce, ero stato me stesso. Per necessità, perché non avevo il tempo e le energie per montare un’armatura di apparenze. Non potevo fingermi felice o sicuro. Potevo solo essere me stesso.

Lontano dalla mia cameretta, lontano dalle sicurezze, lontano da tutto ciò che conoscevo a memoria, ero stato costretto a imparare a convivere con me stesso. E per la prima volta avevo scoperto che non dovevo temere questo confronto.

Anzi, scoprii con immensa gioia che non ero poi così male. Forse non avevo poi tutto questo bisogno di sforzarmi di apparire meglio di ciò che ero realmente.

Forse dovevo solo partire da me e seguire le coordinate della mia felicità, invece di farmi ossessionare dalle aspettative altrui.

Quella sera in Australia tornai nella casetta che condividevo con altre tre persone stravolto ma felice. Avevo capito che la vita, quella vera, comincia fuori dalla comfort zone, lontano da tutto ciò che è talmente scontato da risultare banale. Non è nelle abitudini e nella routine che troviamo quell’impatto brusco con noi stessi necessario per accendere la fiamma che abbiamo dentro, ma nelle situazioni nuove e ignote.

Quella sera, in Australia, prima di andare a dormire, mi fermai a guardare l’immenso cielo stellato sopra Perth.

Ero giovane, senza un soldo e senza prospettive, devastato fisicamente ma con la mente cullata da un mare di pace e serenità. Ricordo che di fronte a quelle stelle promisi a me stesso che mi sarei dato una possibilità e avrei sempre cercato di esplorare tutte le alternative prima di accettare passivamente ciò che “altri” avevano deciso fosse giusto per me.

Non sapevo che negli otto anni successivi avrei fatto del desiderio di scoprire un motivo di vita. Non potevo sapere che l’Australia mi avrebbe dato tantissimo ma che ci sarebbe stata una fine. Non sapevo che dopo ci sarebbe stato il Canada e me ne sarei innamorato profondamente, ma non sapevo nemmeno che l’universo avrebbe deciso di farmi lo sgambetto e costringermi a tornare indietro.

Non potevo sapere che avrei trovato il modo di fare del mondo intero la mia “casa” slegandomi dai nodi di un lavoro e di una vita tradizionali. Non avrei mai creduto che un giorno avrei attraversato il Vietnam in moto oppure che avrei nuotato in tre diversi oceani o che mi sarei commosso davanti alla bellezza del mondo osservando un’alba in Portogallo.

Non potevo immaginare che solo pochi anni dopo avrei aperto un blog che avrebbe radunato decine di migliaia di anime libere e ribelli, di sognatori, folli e viaggiatori sotto tre parole: Mangia Vivi Viaggia.

E se quelle stelle mi avessero sussurrato che un giorno sarei stato un “nomade digitale”, non avrei nemmeno capito il senso di quel termine. Non sapevo ancora che la mia idea di felicità fa rima con libertà.

Ma se mi avessero detto che un giorno le avrei trovate, le coordinate della mia felicità, a quello avrei creduto.

Perché quella sera, tra insulti e frenesia, tra terrore e disagio, tra piccole conquiste e tanta fatica, avevo capito che il vero viaggio non è quello che ti porta dall’altra parte del mondo.

A volte è necessario andarsene, proprio come lo era stato per me, ma non sarà mai un luogo, né tanto meno una persona o un oggetto, ad accendere la fiamma della tua felicità. Ciò che si trova all’esterno può solo alimentarla o provare a spegnarla, ma la prima scintilla dipende solo ed esclusivamente da te.

Lo avevo capito quando mi ero trovato costretto a cavarmela da solo e non avevo potuto fare altro che essere me stesso e apprezzarmi per ciò che ero.

Con i tagli sulle dita delle mani, l’odore di cibo sui vestiti e gli occhi rivolti al cielo, compresi che ogni nostra piccola o grande rivoluzione inizia in un posto ben preciso: dentro di noi. Da qualche parte tra il cuore e la testa. Quella sera non avevo la minima idea di cosa la vita avesse in serbo per me, ma di una cosa ero certo: non avrei permesso al tempo di passare inesorabile, non avrei subito passivamente la mia esistenza come la comparsa di un film diretto e interpretato da altri.

Avrei provato a fare di ogni singola giornata un capitolo prezioso e unico di un libro straordinario: quello della mia vita.

Quello che in un punto imprecisato del futuro sfoglierò poco prima di andarmene, con un sorriso vero sulle labbra, gli occhi un po’ lucidi e la splendida consapevolezza di aver vissuto a pieno e di non essermi limitato a sopravvivere.

Un saluto e un augurio: chiunque tu sia, ovunque tu sia, non smettere mai di seguire le coordinate della tua felicità.

Gianluca

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3 commenti su “Gianluca: “Quando in un ristorante in Australia ho scoperto la felicità…”.”

  1. Ti ho letto all’una di notte, ora l’una e un quarto…sei un uomo coraggioso e ami le sfide…un uomo che mi sarebbe piaciuto incontrare nella vita…sei un anima semplice e trasparente, il tuo darma è emanare luce e consapevolezza, per questo hai lottato, cercato…il tuo motto potrebbe essere: volli, sempre volli, fortissimamente volli! Hai sempre perseguito la libertà del tuo essere, fuori dagli schemi e dai dettami di questa società febbricitante e malata…sei una bella persona, mi piacerebbe leggere il tuo libro…forse lo comprerò….piacere di averti conosciuto! Sei una fonte di ispirazione….un abbraccio!

  2. La scintilla la accendiamo noi, è questo il bello. Siamo noi i fautori del bel fuoco che nascerà, o della scintilla che non provocherà nulla. ❤grazie, cercherò le mie coordinate, le devo cercare, devo essere felice.

  3. Grazie infinite Gianluca…… come sempre le persone arrivano a noi per un insegnamento….
    Sei un Dono Divino…la prova provata che siamo solo e sempre noi i registi e attori del nostro film che è la nostra Vita.
    Un abbraccio cosmiko

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