Simone: “Il giro del mondo mi ha regalato lei. Viaggiamo insieme e aiutiamo i bambini nel mondo”.

Mi chiamo Simone Piccini, ho 40 anni e sono di Arezzo. Se mi avessero detto due anni fa che adesso sarei stato qui a scrivere per la seconda volta in questo habitat di “animali strani”, molto probabilmente avrei fatto una grossa risata e mi sarei girato dall’altra parte del mio letto.

Ma la vita è un viaggio stupendo, nella quale ognuno di noi ha la possibilità di decidere che direzione prendere.

Poco più di due anni fa, io ho scelto la mia. Quella di non voler rimanere intrappolato dentro un sistema che decide cosa è meglio per te, non lasciandoti nessuna possibilità di capire per cosa tu davvero sia venuto al mondo, ma incanalandoti in quei binari che rappresentano per tutti la cosidetta “normalità”.

Si possono vivere centinaia di vite differenti, ognuna della quali soddisfacente allo stesso modo. Ma solo una è quella che rappresenta per te la vera felicità, quella che ti porterà a viverla dandole il valore assoluto che si merita.

Il viaggio per me ha rappresentato una svolta. Come un punto e accapo. Mi ha portato finalmente a conoscere me stesso, in tutte le mie sfumature, molte delle quali neanche sapevo potessero esistere.

Mi ha portato a vivere esperienze al limite, a volte tremendamente difficili, altre volte di una bellezza straordinaria, facendomi sentire, forse per la prima volta in vita mia, padrone assoluto del mio tempo.

Già, il tempo. Questa parola così semplice, ma allo stesso tempo così potente. L’unica cosa al mondo che non si può comprare, non si può collezionare, non si può accumulare. La ricchezza inestimabile, quella cosa che solo chi può gestirla come meglio crede può raggiungere la vera serenità.

C’ho provato. Facendo un salto nel buio, lasciandomi alle spalle tutto quello che di materiale mi circondava, allontanandomi dalle persone a me care, e buttandomi a capofitto in un’esperienza che mi ha letteralmente cambiato la vita.

Ho fatto il giro del mondo. L’ho fatto senza mai prendere un aereo, partendo dall’Italia e dirigendomi verso est, e sono rientrato dall’altra parte del globo dopo aver viaggiato in transiberiana, dopo aver percorso tutta l’Australia in bicicletta, dopo aver attraversato gli oceani per un totale di circa due mesi in mare, dopo aver toccato ventisette paesi nei cinque continenti.

Centomila chilometri in settecentotrenta giorni che hanno rappresentato l’inizio della mia seconda vita.
Perchè non è stato solo un viaggio. E’ stata una vita dentro la vita.
Sono stati incontri che hanno segnato per sempre la mia esistenza.

Sono partito da solo, come era giusto che fosse. Ma il destino ha voluto farmi incrociare la strada di Katherine, una ragazza colombiana che ha letteralmente modificato il mio modo di vedere le cose.

Una ragazza che non ha esitato un solo istante a mollare tutto e a tuffarsi in questo mio folle percorso.

Sono state esperienze di volontariato che mi hanno regalato, forse per la prima volta, la soluzione alla strana domanda “quale è il senso della vita?”

Avete mai fatto qualcosa per qualcuno che non potrà mai darvi nulla in cambio? Eccolo. Il senso della vita. Quello per cui milioni di persone ogni giorno combattono testa a testa in una folle corsa e che il più delle volte porta solo ad una lenta attesa verso la fine.

Ma se siamo venuti al mondo, e possiamo godere di questo splendido regalo, il minimo che dovremmo fare è di celebrarlo ogni giorno, cercando di rendergli ciò che si merita.

Ho avuto la fortuna di poter fare la mia piccola parte. Ho avuto la fortuna di poter entrare in contatto con delle realtà che mi hanno fatto capire cosa potesse rappresentare per me la vera felicità.

I bambini di Battambang e della Hope of Children, l’orfanotrofio cambogiano che mi ha aperto un mondo. Se sono arrivato addirittura a tatuarmi il viso di uno dei piccoli su una spalla non può essere solo un caso.

I piccoli campioni della Sembrando Paz y esperanza della Comuna 13 di Medellin, con i quali ho vissuto un mese e dai quali ho intenzione di tornare a Gennaio 2019, per cominciare finalmente quel progetto che in testa mia ho già sognato un’infinità di volte.

Il primo ostello dentro la tristemente famosa Comuna 13 di Medellin. La sistemazione di quel campo da calcio che per tutti i bambini della Comuna rappresenta l’unica salvezza possibile.

Ho scritto un libro per questo. Ho pensato che forse la mia esperienza era una cosa interessante da raccontare, che magari avrebbe potuto dare quella piccola spinta a chi era alla ricerca della sua felicità.

E se qualcuno di voi fosse interessato, non deve far altro che scrivermi e lo potrà acquistare. Potrebbe essere un bel regalo di Natale…

Il ricavato delle vendite ci aiuterà a fare i primi passi. Si, perché adesso siamo in due, due anime e due cuori che credono fortemente in questo progetto e che non vedono l’ora di cominciare.

E poi, direte voi?
E poi si vedrà…

Ma non ho assolutamente nessun timore di quello che potrà succedere, perché siamo tutti nati con uno scopo. E io ho appena trovato il mio.

Un saluto che fa volontariato insieme.

Simone

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